Turchi Pietro
Home Su

 

Pietro Turchi “l’infermiere”

Intervista di Francesco Canali pubblicata su Parma alpina - luglio 2006

Nato in località Masereto, nel comune di Solignano il 23 marzo 1916 e terzo di sette figli, è cresciuto nel paese natio aiutando i genitori nella coltivazione dei campi e accudendo animali da stalla e da cortile. Arrivato ilò momento di svolgere il servizio militare  Turchi è stato destinato alla Divisone Julia, 8° Reggimento, Battaglione Gemona, Compagnia Comando.”Da recluta- ci racconta- mi sembrava di essere in capo al mondo perché non ero mai andato lontano dalla mia provincia. All’inizio marcavo spesso visita nella speranza di poter ritornare a casa e per punizione mi facevano portare al poligono uno zaino pieno di cartucce”. Poi però lo hanno nominato addetto allo spaccio: “un luogo non adatto dove sparivano spesso dei generi alimentari anche da parte del mio ufficiale”.

“Ricordo- prosegue con una lucidità invidiabile- di aver aggiunto dell’ acqua alla damigiana del vino perché non potevo giustificare i prelievi; ma la stessa cosa l’aveva fatto anche il mio predecessore e il vino era ormai talmente annacquato che ho dovuto raccontare tutto all’Ufficiale di Picchetto, già avvisato delle lamentele di diversi soldati”.

Poi però, al congedo della classe del ’14, decisero si scegliere i sostituti per i vari incarichi e Turchi fu in “bilico” fra un’ufficiale “ che mi voleva come suo attendente e l’altro che mi voleva infermiere: alla fine l’ha spuntata quest’ultimo”.

La guerra in Albania e Grecia

“A guerra iniziata sono stato richiamato alle armi con destinazione Albania e Grecia. Sono partito dall’aeroporto di Brindisi e atterrato a Valona”. E’ poi partito per il fronte per raggiungere i nostri che erano in ripiegamento sotto l’incalzare dell’offensiva greca. “Ricordo che prima di incontrare i nostri soldati abbiamo fatto tre giorni di marcia mangiando quel poco che riuscivamo a raccogliere dalle campagne. Durante la ritirata cercavo di medicare i feriti; in particolare ne ricordo uno che aveva la gamba fratturata e chiedeva aiuto;il sottotenente Rossi mi disse: “Non posso ordinarti di fermarti, non so cosa dirti, vedi tu”. Mi sono fermato e ho curato il ferito immobilizzandogli l’arto. Nel frattempo, essendomi attardato, ho perso il collegamento con gli altri. Ho cercato quindi di risalire una rupe ghiaiosa e, per non scivolare a valle,mi tenevo attaccato ad un cespuglio prima con le mani poi anche con i denti mentre mi sparavano addosso”. La fortuna ha voluto che mentre stava per saltare dentro ad un piccolo fossato “ sono stato preceduto da un altro soldato che è stato subito dopo colpito a morte”.

E’ stato fatto quindi prigioniero dai greci e portato insieme ad altri ad Atene. Arrivati, li hanno sistemati nella tribuna di un campo sportivo dove di notte “i civili greci cercavano di ucciderci”. Turchi ne ha passate davvero tante: “Abbiamo patito la fame cercando da mangiare fra i rifiuti. Eravamo anche infestati dai pidocchi e maltrattati dalle guardie albanesi che ci facevano anche inginocchiare sopra le nostre urine. Abbiamo cercato, ma invano, di scappare, anche se poi sono stati i tedeschi nostri alleati a liberarci”. Messo in “doppia” quarantena, Turchi è stato mandato in licenza per 30 giorni. “Quindi sono stato rispedito nel Friuli venendo a sapere che, durante la mia prima prigionia, il sottotenente Rossi, aveva proposto al colonnello Pizzi- quest’ultimo era di Collecchio- di premiare la mia dedizione durante la ritirata con una medaglia d’argento. Il colonnello però, visto che non sapeva se ero vivo o morto, aveva rigettato la domanda”.

L’8 settembre 1943

“Quel giorno ero nella zona di Santa Lucia di Tolmino,una zona occupata dall’Italia ma contesa dagli Iugoslavi –prosegue a raccontare ‘l’infermiere’- i partigiani di Tito avevano tagliato i fili del telegrafo e il nostro comando aveva allora mandato tre autocarrette cariche di militari a riparare il guasto”.La fortuna fu ancora dalla parte di Turchi: “Dovevo andare pure io ma avendo finito il turno decisi di non partire. Mentre i miei commilitoni passarono in una gola furono bloccati dai partigiani “…dateci le armi perché per voi la guerra è finita” i nostri rifiutarono facendo nascere una battaglia durante la quale sono stati sopraffatti. Dalla caserma abbiamo sentito i rumori dello scontro e siamo partiti su tre camion per portar loro soccorso. All’arrivo abbiamo trovato le tre autocarrette che bruciavano. C’era solo un illeso (un sergente maggiore di buia), gli altri erano tutti morti o feriti. IO medicavo alla luce del fuoco delle auto che bruciavano. I morti li abbiamo lasciati a Santa Lucia”. Sono quindi partiti su una corriera militare coi feriti a bordo “ricordo alcuni nomi: Pessina, Groppi”, verso Gorizia dove li hanno scaricati rimanendo alcuni giorni presso il magazzino del 9° alpini.

“Il 116 settembre abbiamo deciso di abbandonare Gorizia per andare a Udine e chiedere ordini. Sono salito a bordo di un’autoambulanza con altri sei militari: due tenenti colonnelli, un tenente medico, un capitano e due autisti. Arrivati, gli ufficiali sono scesi per andare al comando di divisione: non si sono più visti”. “Nel frattempo alcuni civili friulani ci hanno portato dei vestiti borghesi. Siamo riusciti a scappare  mescolandoci alla folla e ci siamo diretti a Tarcento dove ho trovato un altro alpino mio amico, Camerilli di Bazzano, che mi ha convinto a tornare a casa in treno”.

I tedeschi erano ormai ex alleati e per sfuggire loro Turchi scendeva prima di arrivare in stazione. “Ricordo ancora che a Sant’Ilario d’Enza abbiamo visto due reclute in partenza per il fronte scendere per bere ed essere presi dai tedeschi e caricati su un treno bestiame diretto in Germania. Era impressionante vedere le persone stipate su questi vagoni in condizioni pietose che dicevano ‘abbiamo sete…sete’. Mi è andata bene: sono riuscito ad arrivare a casa”.

Fra la milizia e i tedeschi

“ Io e mio fratello Attilio avevamo deciso di andare nei Partigiani perché rischiavamo di essere presi dalla milizia e spediti a Salò. Però i partigiani non avevano armi e allora abbiamo deciso di tornare a casa nostra. Per sfuggire ai tedeschi avevamo fatto un nascondiglio in una porcilaia; vi si accedeva solo dall’alto sollevando la pavimentazione di una vecchia cucina. Non c’era luce e dovevamo fare i nostri bisogni dentro a un grosso secchio. Inoltre i tedeschi avevano istituito il loro comando proprio nella stanza sopra di noi. Eravamo in sette ed uno aveva una forte tosse; quando cominciava a tossire lo isolavamo con due cuscini, per evitare che lo sentissero”.

Poi i tedeschi si sono ritirati, la guerra è finita e Turchi si è rifatto una vita non scordando però quei terribili anni.